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Gli enigmi medievali delle sirene a due code
Tratto dal numero 37 di Misteri di Hera serie Archeo Misteri - Luglio 2009
di Massimo Barbetta PRIMA PARTE  In uno studio precedente avevamo affrontato il tema della saga di Melusina, che si sviluppò precipuamente in Francia e presso i Celti. Ma un grande numero di raffigurazioni di sirene, munite di una doppia e lunga coda che viene sorretta dalle mani stesse dell’essere fantastico, compare istoriato, in periodo medievale, sui portali, sui mosaici dei pavimenti, nei pressi delle fonti battesimali, su capitelli delle colonne delle cattedrali romaniche, soprattutto in Italia. Il mistero del perché vi siano queste così frequenti rappresentazioni è intricato, e cercheremo, per quanto possibile, di dipanarlo. Nel mondo greco le sirene venivano accostate al mito delle Arpie, metà donne e metà uccelli, connesse con la musica e la morte, in una sorta di connubio soprannaturale. Esichio menziona, poi, un tipo di gufo appellato “sirena”, e Omero afferma che l’isola di Ogigia, abitata dalla ninfa Calipso e verdeggiante di ontani, era abitata da gufi. Nell’antichità, infatti, le sirene venivano descritte come donne-uccelli, somigliando, come ci spiega Robert Graves (I miti greci, pag. 565) nelle saghe celtiche, agli Uccelli di Rhiannon, una divinità simile a Demetra, ma dalla testa di cavalla, che piangevano la morte di Bran, il “locale” Saturno. Ma Ogigia era anche la patria di Kronos, il “nostro” Saturno, luogo dove il tempo si era fermato. D’altro canto anche Bran, il Saturno celtico, si reca nell’isola dell’Ontano o “elisia”, accompagnato dal canto delle sacerdotesse locali. Abitualmente connesse alla vicenda di Ulisse, così come appare nell’Odissea (12, 39-200), le sirene finirono per diventare, mediante la magia della loro voce e del suono armonioso che le contraddistingueva, coinvolgendo il senso dell’udito, dispensatrici di saggezza, sia nello spazio che nel tempo. Per tale motivo esse erano capaci di rendere l’Uomo, Ulisse nello specifico, sapiente, degno di memoria e, perciò, immortale. L’isola delle sirene, talora posta in Italia al largo di Paestum, o a Capri, o a Capo Peloro in Sicilia, come ci informa Strabone, era l’isola funebre che raccoglieva le anime dei defunti, al pari dell’arturiana Avalon. In questa accezione le sirene erano sia le sacerdotesse che piangevano per i defunti, con litanie funebri, tanto armoniose, quanto struggenti, che gli uccelli che ne abitavano le sponde, al servizio della dea della Morte.  Miniature medievali tratte da Bestiari raffigurazione di sirene. A sinistra, tratto dal Physiologus le tre sirene hanno un busto di donna, una parte inferiore di uccello, e una singola coda di pesce, espressione di una duplice fusione di miti. A destra sirena del X secolo.
 Etimologicamente il termine greco per “Sirena”, seiren, può derivare dal verbo eiro = “raccontare, narrare”, o dal vocabolo seirios = “ardente, bruciante”, a sua volta originato dal sanscrito survas, o dalla parola seire = “corda, catena” e, da qui, seirazein = “legare con una corda”, originata dal vocabolo indo-europeo tueria. Pausania (VIII, 41, 6) riferisce, a questo proposito, come «intorno alla statua di Eurinome sono avvolte catene d’oro e la figura da essa rappresentata è quella di una donna sino ai glutei e di un pesce dai glutei in giù». In analogia con le Moire e le Arpie, le sirene erano solitamente tre, e venivano raffigurate mentre suonavano ogni tipo di strumento musicale noto all’epoca, non potendo gli artisti esprimere figurativamente l’armonia della loro voce. Questi aspetti fonetici venivano vieppiù riberberati dai loro nomi: Emeropa (voce che provoca il desiderio), Eumolpe (che canta bene), Molpos (l’armoniosa). Tardivamente la loro triade, invece, divenne: Aglaofonos (dalla voce squillante), Telxiepeia (dal canto che addolcisce), Peisinoe (la suadente). I Pitagorici ritenevano, inoltre, la Musica, che, come abbiamo visto, era nobilitata oltremodo proprio dalle sirene, come una sorella dell’Astronomia, che governava il ritmo, l’ordine, l’accordo delle stelle, l’armonia delle sfere degli astri mobili, grazie alle vibrazioni tipiche che la caratterizzavano. La musica e la voce delle sirene, in un accordo di suprema armonia oracolare, accendevano, nelle anime che le ascoltavano, la memoria archetipica della suprema armonia dei cieli. Sconfitte dalla magia del suono della cetra di Orfeo, come ci racconta Apollonio Rodio nelle Argonautiche, esse si disperarono per aver perso, ad opera di un mortale, per di più, la supremazia nel padroneggiare il suono, e, di riflesso, la musica. Platone affermava, poi, che le sirene erano poste in un ampio sistema cosmogonico, tra le dee universali, che, come le Parche (Cloto, Lachesi e Atropo) regolavano le vibrazioni che determinavano il movimento delle sfere, e che presiedevano al destino dei mortali.  Una sirena bicaudata da Sant Pere de Gallligants, Girona, Catalunya, Spagna. Secondo alcuni autori le sirene, peraltro, erano strettamente connesse al magnetismo e alla forza gravitazionale terrestre. Per i latini esse erano, invece, mostrate come uccelli con volto di donna che risiedevano nel Golfo di Napoli. Secondo Cicerone (Dei confini del bene e del male) le sirene imprigionarono Ulisse con la conoscenza, essendo assimilabili alla triade: memoria, intelligenza e volontà. Soltanto in epoca medievale, tuttavia, esse si connotarono di una sede in ambito acquatico, assumendo l’aspetto tipico con una coda di pesce, peculiare delle Najadi, delle Ondine, delle Ninfe, delle Oceanine. Beda, Fozio, S. Isidoro e altri autori di testi bizantini, così come Bestiari miniati inglesi del XIII secolo, tuttavia, continuarono a raffigurarle con corpi di uccelli. Il primo accenno medievale a questo tipo di iconografia la troviamo nel trattato del VI secolo d.C. De monstris, dove le sirene venivano connesse ai Franchi. Nel Physiologus, “Bestiario” risalente al II-IV secolo d.C., la sirena compare in forma umana sino all’ombelico, e in forma di oca dall’ombelico in giù, con l’aggiunta di una coda di pesce, sorretta da una singola mano. Mentre nel Liber monstrorum, altro Bestiario del VII secolo d.C., la sirena assume la forma tradizionale, che ci è nota. Secondo alcuni autori, infatti, il termine greco pterugion, collegato alle attuali raffigurazioni delle sirene, comporta sia la dizione “ala” che “pinna”, espressione di una ormai proverbiale ambivalenza figurativa delle sirene. Abitualmente connesse alla duplicità della natura umana, come contenitrice di bene e male, così come della ragione e dell’istinto, le sirene si collocarono all’interno della matrice cristiana di miti, che re-interpretarono il mito di Ulisse, alle prese con le sirene, come colui che resisteva alle tentazioni e alle vane lusinghe, in modo simile a Gesù che aveva resistito alle profferte del diavolo. Talora esse erano anche connesse al mito di Iside, o si innestarono nell’iconografia collocata nella Gerusalemme Celeste, quale ipostasi catartica e soteriologica dell’Apocalisse di S. Giovanni. Nel contempo le sirene persero, però, la loro componente spirituale e superiore e assunsero natutradizioni ra materiale, con provocanti caratteri sessuali, prettamente femminili. Esse diventarono, così, da brune, bionde, e mostrarono vezzi quali il pettine e lo specchio tondo, che contribuirono a sedurre e ammaliare gli uomini, come simbolo di lussuria. In tal senso esse passarono da una natura solare e diurna, a una lunare e notturna. D’altro canto, anche S. Agostino aveva detto che «Se riusciamo a guidare la nave della nostra vita in porto, resistendo alle tentazioni delle Sirene, essa ci condurrà alla vita eterna». Era, peraltro, diffusa l’opinione che, in origine, le sirene fossero tre (Honorius Augustodunensis in Speculum Ecclesiae) e che esse fossero collegate geograficamente e mitologicamente a Scilla (Ekkehardus Uragiensis in Chronicon Universale), che dimorava alle porte dello stretto di Messina. 


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