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Tommaso Campanella Il sommo vate della Scienza Divina
Tratto dal numero 36 di Misteri di Hera - Giugno 2009
di Stefano Mayorca  La voce del nume immortale sembra riecheggiare nell’eternità del tempo in cui è stata confinata dalla corrente volgare e profana che ha violato l’antico patto, il sigillo arcano di un Sapere remoto. Egli grida affinché gli Dei dell’assoluto ascoltino il Verbo celato, la Parola arcana che tutto realizza e compie, nell’afflato mirabile del Segreto Incanto. Nella vivida Luce che illumina l’angusto orizzonte e addita la meta altissima da raggiungere, il traguardo supremo di una Conoscenza senza incarnazione, le ieratiche sinfonie vibrazionali si palesano per portare ristoro alle anime ferite e dare forza e vigore al gesto sacrale che crea, nell’atto immaginifico, mondi e mondi e universi sconfinati. Così, il lampo geniale, il Genius interno, il Nume di fuoco, concede la Verità a chi sa cogliere la folgore ispirata del Carpe diem. In ogni tempo, un sapiente illuminato ha raccolto il messaggio occultato del Nume Osirideo e ha fatto sua l’antica Dottrina che dispensa il cibo sacrale e sapienziale a coloro che sanno ascoltare. Un esiguo numero di iniziati, dunque, si è fatto carico di restituire dignità alla Sacra Scienza, l’antica Conoscenza che monta al regno delle cause ed eterna la Legge custodita in ogni manifestazione della Natura. I roghi aberranti di una ragione falsamente spirituale, ardono inquietanti nelle memorie ancestrali di un passato mai dimenticato. Come spettri terrifici, riportano alla mente le oscure trame di una compagine religiosa e politica, che in nome di dogmi e verità assolute hanno sacrificato la dignità di uomini e idee luminose.
Nel 1639, trentanove anni dopo il più efferato delitto commesso dalla Chiesa, la condanna a morte di Giordano Bruno (1548-1600), muore a Parigi Tommaso Campanella. Giordano Bruno era un frate domenicano e nella realtà più intima e riposta Grande Sacerdote di Iside, iniziato agli Arcani e ai Misteri del Pitagorismo operativo. Anche Campanella militava nell’Ordine dei Domenicani, corpus religioso, il quale, per una beffa del destino, aveva dato vita alla famigerata Santa Inquisizione, meccanismo diabolico ben lontano dalla santità. Bruno, erede di una Tradizione millenaria di ordine ermetico, tentò con tutte le sue forze di riaffermare i dettami sotterranei di un pensiero mai estinto dalle valenze magico-sacrali. Campanella, egualmente, divulgò e praticò, anche se con delle difformità strutturali rispetto a Bruno, le ermetiche verità dell’ascenso iniziatico servendosi dell’astrologia, della magia imitativa e analogica, della Medicina Dei e di elementi occulti mirati alla riunificazione dell’Uomo con il Tutto e con le sue radici cosmiche e divine. Scriveva Giordano Bruno nel suo celebre De Magia: «Per indicare le singole cose, specifiche immagini ricavate dalle cose di natura o da parti di esse…». Fermiamoci qui per il momento e analizziamo quanto detto. Quando il sapiente nolano parla di immagini peculiari estrapolate dalle cose di natura e da parti di essa, allude a un processo magico che Campanella utilizzerà nelle sue pratiche di Astrologia divina. E’ importante sottolineare tale aspetto al fine di penetrare a fondo nel pensiero del frate astrologo. Prosegue Bruno: «Impiegate per parlare agli dèi onde operare meraviglie. Quando Theut o un altro, inventò lettere del genere che oggi usiamo con impiego diverso, si attuò la massima dispersione, sia della memoria, sia della scienza divina e della magia. Perciò, imitando gli Egizi, oggi i maghi, fabbricate immagini, descritti caratteri e cerimonie consistenti in specifici riti e gesti, esprimono i loro voti quasi con determinati cenni… E si tratta della lingua degli dèi». Le analogie con l’operatività campanelliana sono evidenti, per questa ragione non era possibile addentrarsi nella magia di Campanella senza citare Giordano Bruno e la sua conoscenza delle dottrine egizie. D’altra parte, Bruno, rappresenta in ambito ermetico una delle figure maggiormente significative, ed enigmatiche al tempo stesso, di un’epoca in cui la ricerca della Conoscenza veniva soffocata nel sangue. Egli resta il baluardo di un libero pensiero la cui attualità non può essere messa in discussione, ed è tuttora presente tra gli studiosi delle arcane verità.
Il Tutto nel Tutto
Tommaso Campanella nasce nel 1568 a Stilo, in provincia di Reggio Calabria. La sua concezione della scienza sacra-filosofica si delineò gradualmente nelle sue opere di alto valore sapienziale, circa ottanta, imperniate sui temi della politica, della scienza e della filosofia. Egli accenna con le sue idee ai motivi che preannunziano i sistemi di Cartesio, di Malebranche e di Leibniz. All’interno del suo comparto letterario, particolarmente nel suo primo lavoro, Philosophia sensibus demonstrata, rinveniamo i dettami del pensiero telesiano incentrato su una visione unitaria del creato, molto vicina al celebre motto ermetico Pan En To Pan: il Tutto nel Tutto. Bernardino Telesio (1509-1588), infatti, seguiva una intuizione animistica del mondo, nella quale ogni cosa creata manifestava uno spirito immanente e possedeva in sé una forma di vita o principio intelligente e arcano. Con la sua opera Della natura delle cose (1565, 1570, 1586), composta da nove libri, Telesio contribuisce al superamento della concezione scolastica-aristotelica. I dettami della filosofia scolastica, desunti dalla Sacra Scrittura e dai Padri, tentavano di mostrare l’armonia della verità insita nell’ordine soprannaturale rivelato, affermando che esso era stato reso manifesto dalla verità dell’ordine naturale. Per questa ragione, il pensiero scolastico fece largo uso della dialettica e aderì saldamente all’Aristotelismo. Anche la vicenda umana occorsa a Galileo Galilei (1564-1642) attira le simpatie di Campanella, il quale ne difende gli studi condannando duramente le persecuzioni subite dal grande fisico, scienziato e astronomo nel suo coraggioso testo, Apologia pro Galilaeo (1616). A tredici anni, come spiegato, Tommaso entra nell’Ordine dei Domenicani con l’intenzione di «Spaziare nel Libro Vivo della Natura», così egli stesso scriveva. E ancora: «Il mondo è libro dove il Senno eterno scrisse i propri concetti , e vivo tempio dove, pingendo i gesti e ‘l proprio esempio, di statue vive ornò l’imo e ‘l superno» (Modo di filosofare, sonetto di Tommaso Campanella). Ben presto, forse anche per riscattarsi dalle sue umili origini (suo padre era un ciabattino analfabeta), decide di abbandonare i poveri conventi calabresi e si trasferisce a Napoli, città maggiormente ricca di possibilità e di cultura. Proprio qui stila il lavoro letterario che risente dell’influenza di Telesio. L’apologia su Bernardino, tra le altre cose, attirerà su di lui i primi sospetti da parte della classe ecclesiastica, che gli ordinerà di rientrare in Calabria e di attenersi alle dottrine tomistiche. Per tale motivo si rifugia a Roma, Bologna e, per un anno, a Padova. Purtroppo finisce per cadere nelle maglie dell’Inquisizione. Costretto a fare ritorno nella terra calabra, si imbatte in un ambiente ostile, contraddistinto da un diffuso malcontento sociale inasprito da calamità naturali, dalle incursioni dei Turchi e da inquietanti profeti di sventure, che annunciano imminenti sconvolgimenti cosmici e sovvertimenti planetari. Come avremo modo di vedere in un’altra parte della trattazione, si instaura in quel periodo una linea di condotta che Campanella porterà avanti incurante delle persecuzioni inquisitorie.
Il Panpsichismo di Telesio
Lo studio della natura, nei testi del filosofo casentino è posto alla base di ogni indagine sulla concezione del mondo. Nel suo sistema fisico- metafisico si scorge una divisione dal corpus dottrinario aristotelico legato al dualismo tra materia e forma, al quale contrappone la dualità di materia (forza passiva) e forza (principio attivo, immanente alla materia). La forza, secondo tale pensiero, si sdoppia a sua volta in due nature agenti. Fenomeno nascente dal contrasto che si ingenera tra due energie opposte, il caldo e il freddo, le quali operando nella materia danno luogo al cielo, alla Terra e alla totalità dei corpi. Nell’uomo tuttavia è presente un’anima creata da Dio. E’ evidente qui l’influsso dei presocratici, tanto è vero che Bacone riconduce il telesismo a Parmenide e alla sua dualità di luce e ombra nel mondo dell’opinione (dòxa). Esistono dei sottili paralleli tra questa immagine filosofica e il concetto insito nella dottrina promulgata dagli Gnostici, che erano fermamente convinti dell’esistenza di un dualismo cosmico, o Pleroma. Nel Corpus Hermeticum (Discorso perfetto), si designava infatti la conoscenza del divino per mezzo del Pneuma, lo Spirito perfezionato nel bene. Proprio in questo assunto è rinvenibile il dualismo cosmico, nel quale convergono Luce e tenebra scaturenti dall’incontro tra il Mondo terrestre e quello Celeste. Inoltre in questo ambito si colloca il lato oscuro dimorante nell’uomo. All’interno della sapienza gnostica, il Pleroma rappresenta l’insieme personificato delle Emanazioni divine: gli Eoni, esseri intermedi tra la divinità Suprema e inaccessibile e la materia, i quali colmano l’intervallo tra l’Uno e il Mondo, tra lo spirito e la materialità. Questi Geni li ritroveremo nell’antica magia dei Salmi e nelle pratiche operative cabalistiche. Anche il pensiero di Empedocle e la sua dualità connessa con l’amore (forza di attrazione) e odio (forza di repulsione), si sposa armonicamente con quanto sinora espresso. Similmente la dottrina degli opposti enunciata da Eraclito. Nella totalità di queste antiche dottrine si incardina il lavoro di Telesio che interagisce con l’idea ilozoistica della natura (Ilozoismo). Le dottrine da noi menzionate e la difficoltà di distinguere l’anima umana e anima dei bruti contrastavano con l’ortodossia cattolica e, in genere, con qualsivoglia religione che professi la fede in Dio trascendente al mondo e creatore di questo, e in un’anima umana spirituale e immortale. Bernardino, alla stregua di altre personalità rappresentative del Cinquecento, non soltanto rifugge da ogni atteggiamento antireligioso, ma si sforza di eliminare la possibilità di un contrasto non separando i due campi della ragione e della fede, della scienza umana e della teologia. Secondo i postulati telesiani presenti nel De rerum natura iuxta propria principia – o Della natura delle cose – la natura poteva essere osservata per quel che è, anzi, doveva essere scandagliata mediante mezzi concreti in possesso dell’uomo, strumenti elettivi quali i sensi (sensismo) e la ragione. Una osservazione attenta, insomma, e l’uso sapiente del ragionamento. Tutto questo esente da schemi precostituiti inerenti alle conclusioni a cui erano giunti altri studiosi. Una sperimentazione scevra da influenze estranee, in poche parole, lontana da una visione dogmatica mirata a fare proprie le esperienze senza fossilizzarsi su quanto autori diversi credevano di avere scoperto e raggiunto. Interpretare la natura con la natura stessa, questo il senso più riposto, senza ricorrere a principi trascendenti, a metodi aprioristici e deduttivi, né appoggiandosi alla tradizione e all’autorità; ma solo interrogando direttamente la natura stessa. •  *
Stefano Mayorca è scrittore, giornalista, pittore, illustratore e disegnatore quotato. Collabora con riviste di settore come HERA, Il Giornale dei Misteri, Elixir, alcuni suoi scritti inoltre sono pparsi sulla prestigiosa rivista di studi esoterici Politica Romana. E’ autore studi sulla Tradizione Iniziatica e Arcana (Edizioni Rebis) di cui è tra i fondatori. Da diversi anni è stato avviato alla pratica operativa dell’Ermetismo magico. Dirige a Roma l’Accademia Romana Kremmerziana La Porta Ermetica. E’ stato ospite in trasmissioni televisive e radiofoniche Rai e Mediaset e relatore per importanti convegni. (In apertura, Il Silenzio della foresta, nel dipinto è raffigurato l’iniziato che attraverso il silenzio interiore trae insegnamento dalla foresta (Natura vivente) che dispensa elementi misterici, opera di Stefano Mayorca.) |